Il Kung Fu Shaolin non è per tutti: e va bene così
- Rebel Dragon
- 19 feb
- Tempo di lettura: 4 min
C’è un equivoco di fondo che accompagna lo Shaolin Kung Fu da anni. Molti si avvicinano a questa pratica aspettandosi qualcosa di straordinario: tecniche segrete, trasformazioni rapide, una sorta di scorciatoia tra corpo e spirito.
La verità è molto meno affascinante e molto più difficile da accettare: lo Shaolin Kung Fu, nella sua essenza, non ha niente di straordinario.

La Normalità come Prova
Chi pratica il Kung fu Shaolin seriamente, scopre presto una realtà scomoda: stesse posizioni, stessi esercizi, stessi movimenti, giorno dopo giorno. Specialmente all'inizio, un praticante si scontra subito con la realtà dove non c'è nessuna variazione continua, nessuna stimolazione costante e nessun senso di “novità”.
La pratica è fatta sì di fatica, ma anche di ripetizione. Una ripetizione talmente semplice da diventare pesante.
Ed è proprio qui che molti si fermano.
Non perché il corpo non regga, ma perché la mente si ribella, perché la ripetizione annoia, la pazienza va scemando e di conseguenza la frustrazione cresce.
La Frustrazione non è un Incidente: è il Percorso
Nel percorso Shaolin la frustrazione non è un errore da correggere. È parte integrante del processo. Allenarsi senza sentirsi “speciali”. Ripetere senza risultati immediati e continuare quando l’entusiasmo iniziale è finito.
Se questo genera insofferenza costante o rifiuto, non c’è nulla di sbagliato nel praticante. Ma è molto probabile che lo Shaolin non sia la strada giusta.
E no, non cambia nulla avere il miglior Maestro del mondo.

Il Mito del Maestro Risolutivo
Qui è necessario essere chiari: puoi allenarti con il Maestro più competente, più carismatico, più autentico possibile. Ma se non sopporti la ripetizione, se non hai pazienza, se la frustrazione ti blocca invece di trasformarti, nessun Maestro può fare il lavoro al posto tuo.
Il Kung Fu Shaolin non motiva. Non intrattiene. Non convince. Chiede soltanto di restare.
Quando l’impegno non Basta
Esiste un momento, nella pratica, in cui diventa chiaro che l’impegno non porta necessariamente a un progresso. Si può dare il massimo, essere presenti, allenarsi con costanza, eppure non vedere risultati significativi. Non perché manchi la volontà, ma perché il corpo non assimila, la mente resiste, la struttura personale non è compatibile con ciò che la disciplina richiede.
In questi casi, l’allenamento smette di essere crescita e diventa logoramento. La richiesta di ulteriore impegno viene vissuta come attacco personale. La correzione come giudizio. La durezza come mancanza di rispetto. Ma nello Shaolin — come in ogni disciplina autentica — la severità non ha nulla di personale: è semplicemente parte del metodo.
Praticare seriamente Shaolin Kung Fu non significa avere un Obiettivo Esterno
Praticare seriamente Shaolin Kung Fu non significa essere giovani, dotati o performanti. Significa accettare la fatica, riconoscere i propri limiti e lavorarci sopra, senza aspettarsi garanzie o risultati immediati.
La pratica Shaolin non dipende dall’età, dal talento o dal contesto. Si può iniziare anche in tarda età, con un corpo rigido, lento o imperfetto. Ciò che conta è la disponibilità a restare nella difficoltà, non ad evitarla.
Questo approccio è profondamente diverso dall’allenarsi con uno scopo esterno.
Allenarsi per dimostrare le proprie qualità, per gareggiare, per vincere o per ottenere risultati misurabili è legittimo. Ma non è, in senso stretto, praticare Shaolin Kung Fu.
Quando una disciplina viene adattata alle esigenze della competizione, inevitabilmente cambia natura. Può diventare atletica, spettacolare ed efficace sul piano performativo, ma perde il suo valore come percorso di trasformazione personale.
In questi casi lo Shaolin viene usato come mezzo, non come cammino. Può funzionare nel breve periodo, offrire stimoli, obiettivi e soddisfazioni. Ma difficilmente costruisce una pratica duratura. Quando l’obiettivo finisce, finisce anche la pratica. Lo Shaolin Kung Fu, invece, non è orientato alla prestazione, ma alla permanenza: alla capacità di continuare nell’allenamento anche quando non c’è nulla da dimostrare, nessun traguardo da raggiungere, nessun pubblico a spingere.

Mollare non è una Sconfitta
Il problema nasce quando si cerca nella pratica qualcosa che essa non promette: incoraggiamento continuo, conferme e gratificazione. Lo Shaolin (e lo Sport in generale) non funziona così. Non consola l’ego e non compensa le frustrazioni. Per quanto brutale possa sembrare, chiede sacrificio senza garantire risultati, e lo chiede a tutti nello stesso modo.
Se questo è insopportabile, non c’è nulla da “resistere” o da “superare”. Puoi accettare i tuoi limiti e lavorare o su di essi o riconoscere che quella non è la strada giusta — e cambiare, senza colpa.
C’è una narrazione tossica che associa il mollare al fallimento. Capire che non si è fatti per una pratica basata su disciplina, lentezza e ripetizione è un atto di onestà, non di debolezza. Esistono altri percorsi. Altre discipline magari più affine ai bisogni di un individuo.
Dire “non è per tutti” è una Forma di Rispetto
Rendere lo Shaolin accessibile a tutti i costi significa snaturarlo. Trasformarlo in un prodotto e addolcirlo fino a renderlo irriconoscibile.
Dire invece che non è per tutti è un atto di rispetto:
verso la pratica
verso chi la porta avanti seriamente
verso chi prova e poi sceglie altro
Lo Shaolin non promette nulla di speciale e non offre scorciatoie, ma solo fatica e ripetizione.
Chi Resta
Chi resta non è migliore. Non è più illuminato e sicuramente non è più forte. È semplicemente disposto a fare una cosa che molti non vogliono fare: continuare, anche quando non succede niente.
E per molti, questo è già troppo.
Ed è giusto così.



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